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| LE
RICADUTE INDUSTRIALI DEI PROGETTI MILITARI IN CAMPO
SPAZIALE |
Umberto
Giovine - Presidente Onorario Navigate
Consortium Effettivamente, nella giornata di ieri,
alla villa Cordellina di Montecchio Maggiore, qui vicino a
Vicenza, è stata lanciata la prima Conference di un istituto
europeo che si chiama The European Institute for World and
Space Affairs e che intende quindi mettere, come dice il nome,
lo spazio nella prospettiva degli affari internazionali.
Inizialmente la Conference, a cui faceva riferimento
Sorrentino, era concentrata sull’argomento per lunghi mesi
discusso della difesa missilistica, cioè del progetto
dell’amministrazione Bush di creare una difesa antimissile per
contrastare l’eventualità di missili balistici
intercontinentali sporadici lanciati da paesi ostili. Su
questo progetto si è a lungo discusso. E’ stato fortemente
sponsorizzato dall’amministrazione Bush, in particolare dal
segretario alla difesa Donald Rumsfeld e dal sottosegretario
Powiz. L’uno e l’altro avevano fatto parte durante le
precedenti amministrazioni democratiche di comitati per la
difesa missilistica. Perché, devo ricordare, che questo
concetto di difesa missilistica non nasce con
l’amministrazione Bush ma nasce con l’amministrazione Clinton
e anche con precedenti amministrazioni americane. L’Istituto
ha fatto una sua ricerca sulla difesa missilistica come è
vista dagli ambienti americani e anche aggiungendo la difesa
missilistica come vista dagli europei, più interessati ai
missili cosiddetti di teatro, cioè a missili di breve o media
gittata in quanto il continente europeo occidentale è
sottoposto soprattutto a questo tipo di minaccia perché,
specialmente l’Italia, la Grecia e i paesi del sud Europa, nel
raggio di missili Scud rinforzati, Scud B o di altro tipo in
grado di raggiungere gittate consistenti, comunque superiori
ai mille chilometri. Quindi si chiamano missili di teatro. Se
avevamo identificato una diversità di approccio, gli Stati
Uniti, più interessati all’eventuale missile balistico
intercontinentale lanciato, mettiamo, dalla Corea del Nord,
gli europei già coinvolti in programmi importanti per la
difesa missili che potrebbero essere lanciati dall’Iran o
dall’Iraq. O, come avvenuto 15 anni fa, dalla Libia che, in
seguito ad una circostanza internazionale che è inutile qui
ora ricordare, colpì le acque territoriali italiane attorno
all’isola di Lampedusa con due missili. Unico attacco avvenuto
al territorio o alle acque della Nato dal dopoguerra. Quindi
l’Italia è sicuramente interessata. Ma vorrei, a questo
proposito, per chiarire meglio la questione e poi passare
all’argomento proprio di questo panel che è la ricaduta nelle
attuali circostanze degli investimenti della Difesa per
l’industria aerospaziale, vorrei collegarmi a quanto
stamattina è stato detto sul programma Galileo, specialmente
nell’intervento dell’ing. Cassini. Dove ha fatto
un’annotazione, a mio avviso, molto importante e molto
sottovalutata negli ultimi tempi. Cioè, Galileo, come tutti
hanno detto, si propone di essere una cosa diversa
dall’attuale Gps americano in quanto vorrebbe arrivare a
livello globale a quattro metri di approssimazione
all’obiettivo. E quindi di essere molto più preciso del Gps.
Ora, d’altra parte, tutti hanno riconosciuto l’esigenza
strategica di chi gestisce questo tipo di sistemi di decidere
in momenti critici di degradare il segnale, cioè di allargare
questa approssimazione, come è avvenuto, per esempio, durante
la guerra del Kossovo. Ora, la domanda che era implicita
nell’esposizione dell’ing. Cassini era questa: se Galileo si
propone di arrivare a quattro metri, che è veramente il minimo
possibile a cui si può arrivare oggi, a livello globale, chi
deciderà qual è la zona critica, in quale parte del mondo,
nella quale il segnale va degradato all’occorrenza? E che
succede se chi gestisce, nel caso gli europei, il sistema si
rifiuta di degradare nei cieli del Kashmir il segnale perché
glielo chiede o il Pakistan o l’India o i kashmiri. Problema
non indifferente, che forse sarebbe bene cominciare ad
affrontare sul piano internazionale prima di arrivare
all’effettivo sviluppo del sistema. Ma, con questo torno
all’origine, la prima volta che il segnale Gps, che io sappia,
è stato degradato sul continente europeo è stato appunto
durante la guerra del Kossovo, sull’Adriatico. Cioè,
l’amministrazione americana che non aveva ancora fatto quella
che l’anno dopo diventò l’autorinuncia di Clinton alla
cosiddetta Selective availability. In sostanza la possibilità
di dire: vi tolgo il segnale quando voglio io, tanto per
intenderci. Rinuncia che è avvenuta, mi pare, nel maggio
dell’anno scorso. Ma due anni fa, durante la guerra del
Kosowo, non c’era ancora in funzione la Selective availability
americana. Cioè la possibilità da parte dell’autorità che ha
costituito il Gps, tra l’altro per finalità militari come è
stato ricordato stamattina, di degradare o addirittura
oscurare il segnale. Quindi, il segnale fu degradato. Fu
degradato di una bella cifra nel senso che, mi pare, fu
degradato nell’ordine di 150- 200 metri e, se voi frequentate
il mare mosso, 200 metri sono decisivi per trovare o non
trovare qualcosa, compreso o non trovare la rotta. La cosa che
sarebbe interessante, parallela a quella futuribile che ho
detto sul Kashmir e sul Galileo, è di sapere chi ha deciso,
come e perché di degradare. Sappiamo che l’ha deciso
l’amministrazione americana. Ma quello che è curioso è che
l’Italia, nelle cui acque territoriali e coste adriatiche
veniva a colpire questa misura di degradazione del segnale
Gps, l’Italia non era stata avvisata e, soprattutto, non è
stata l’Italia a chiedere di degradare il segnale. E allora
uno si chiede: come mai ciò è avvenuto, come mai è stata
avvertita un’esigenza di degradare il segnale Gps nel ’99
durante la campagna anti-jugoslava da parte del governo
americano su un territorio italiano il cui governo non aveva
evidentemente sentito l’esigenza di chiederlo? La questione
non è formale, è di grande sostanza perché il governo
americano era al corrente di una reale minaccia missilistica
contro l’Italia. Non so, anzi sono sicuro che qualcuno in
Italia ne era al corrente, certamente di questa coscienza non
si è avuto nessun segnale a livello politico, cioè a livello
delle decisioni del governo italiano di allora. In altre
parole, l’Italia è entrata nella guerra del Kosowo
sottoponendosi a minaccia missilistica degli Scud B jugoslavi
senza informare l’opinione pubblica e lasciando all’alleato
americano di decidere le misure da prendere. Misure peraltro
blande, perché degradare il segnale certamente non significava
difendere il territorio italiano in caso di necessità. Questo
fa riflettere. E siccome siamo di nuovo in una situazione di
guerra per ora non guerreggiata, sarebbe bene che le autorità
politiche riflettessero su questo precedente poco edificante.
Perché, naturalmente, la minaccia di Milosevic non c’è più
perché Milosevic è astretto alle carceri olandesi della corte
internazionale di giustizia, ma esistono altre minacce. E, in
una situazione magmatica come quella attuale internazionale,
queste minacce possono venire da un numero di paesi o
addirittura, come abbiamo visto nel caso degli attacchi
terroristici agli Stati Uniti, anche da non paesi ma da gruppi
di terroristi ben organizzati che si appoggiano o su paesi o
su aree territoriali non controllate. Ieri ho fatto una
piccola esposizione sul preoccupante moltiplicarsi nel mondo
di aree non controllate. Cioè di aree che in realtà non
rispondono a nessuna amministrazione statuale definita. Ho
parlato della Colombia, ho parlato dell’Afghanistan, di alcune
aree dell’Asia centrale, ho parlato della Birmania. E ho
parlato anche, per la prima volta di un’ara dell’Arabia
saudita. L’esistenza di queste aree che contraddicono ad una
regola fondamentale nello ius publicum europeum, che cioè da
tutte le parti ci deve essere qualcuno che comanda, ci deve
essere qualcuno a cui chiedere conto di quello che avviene, è
una involuzione molto pericolosa. Intendo dire che
cinquant’anni fa non c’erano aree del genere. Oggi ci sono,
aree o territori del genere. La minaccia contro l’Italia
quindi esiste, è una minaccia reale, proviene da varie parti.
E con questo riusciamo ad arrivare al punto essenziale. Perché
se esiste una minaccia deve esistere un investimento della
difesa per contrastare questa minaccia. Qua arriviamo ad un
punto cruciale del rapporto economico fra la committenza
difesa e l’industria in generale. E cioè, sul mercato la
difesa la prontezza di reazione è una commodity molto
importante. Cioè laddove in tempo di pace la prontezza di
reazione è praticamente irrilevante, non dovrebbe essere così
ma di fatto è così, nel momento in cui c’è il rischio di
realmente mobilitare qualcosa in modo o nell’altro contro
qualcun altro questa prontezza di paga. E si paga cara. E
bisogna investire per averla. Cioè bisogna investire in quella
che gli inglesi chiamano readiness, se non si investe in
readiness altri investimenti, anche molto importanti possono
essere annullati, possono non servire a niente. Se io investo
su un sistema d’arma che però non ha la prontezza di essere
messo sul campo di battaglia, se è una guerra convenzionale, o
su altro sistema comunque da utilizzare rapidamente ho
sprecato dei soldi. Secondo punto collegato al primo, e anche
questo molto importante per l’industria. Collegato al primo
nel senso che l’elemento umano in tempi di guerra diventa più
importante, perdere un pilota esperto diventa più grave se si
è in guerra perché non c’è il tempo di rimpiazzarlo, quindi i
tecnici lavorano di più, quindi le macchine vengono sottoposte
a maggiore logoramento, quindi servono più pezzi di ricambio.
Ecco. Allora, primo ho detto: la prontezza di intervento in
caso di guerra è un elemento fondamentale. La disponibilità di
pezzi di ricambio è un elemento altrettanto fondamentale. Ho
già individuato due aree industriali, prontezza a cui è facile
aggiungere sicurezza, per la difesa naturalmente dei sistemi
d’arma o altro, e i pezzi di ricambio. Pezzi di ricambio che
devono essere pronti, come si dice nell’industria non
militare, just in time. Quindi si devono ricostituire dei
magazzini che in tempo di pace, viceversa, vengono largamente
trascurati quando non addirittura cancellati per evitare
sgradevoli conseguenze sui bilanci societari. C’è stato, se
ricordate un incremento nelle spese negli investimenti del
Pentagono. Stiamo parlando di un incremento per l’anno fiscale
2002 chiesto e ottenuto dal presidente di 33 miliardi di
dollari. E qua cominciamo, visto che si parla di ricaduta
industriale degli investimenti e della difesa, a parlare di un
argomento che ieri è stato molto dibattuto a Villa Cordellina,
cioè l’enorme differenza di investimenti sia in campo militare
sia nel campo della ricerca e dello sviluppo fra Europa e
Stati Uniti. Verso la conclusione del mio intervento cercherò
anche di spiegare se esista realmente l’Europa e quindi se
stiamo parlando di una reale entità. Trentatre miliardi di
dollari sono l’equivalente del budget annuale della Difesa del
Regno Unito, che è anche il budget più consistente in Europa.
Cioè l’aumento marginale della spesa militare per il 2002
degli Stati Uniti equivale a tutto l’investimento militare per
lo stesso anno fiscale del Regno Unito. Aggiungiamo qualche
altra cifra. Le ultime le ha riportate il Wall Street Journal
del 21 settembre (che può servire di cosa sto cercando di
parlare): le spese per la difesa di tutta Europa, quindi non
solo l’Unione Europea ma anche gli altri paesi, quindi la
Norvegia ecc., sono meno della metà di quelle degli Stati
Uniti. Per quanto riguarda la ricerca e lo sviluppo, gli Stati
Uniti spendono sette volte di più dell’Europa per ogni
soldato, cioè la quantità di ricerca e sviluppo per ogni
soldato negli Stati Uniti equivale a 26.800 dollari, in Europa
e quattromila dollari. Cioè stiamo parlando di quantità
praticamente non comparabili fra loro. Ieri, il presidente di
Alenia Spazio, Giorgio Zappa, ha ricordato che nella ricerca
militare, secondo i dati suoi, l’Europa spende cinque volte
meno degli Stati Uniti. Quindi siamo tra le cinque volte meno
dette da Giorgio Zappa, sette volte meno dette dal Wall Street
Journal. Dipende, naturalmente, da cosa si include nella voce
Ricerca militare, ma abbiamo capito che stiamo parlando di un
delta molto, molto consistente. Quindi, la prima conseguenza
di quello che sto dicendo è che quando si parla di ricadute
industriali dell’investimento militare, e stiamo parlando
prevalentemente di ricadute industriali dell’investimento
militare americano. E che di conseguenza gli europei, le
industrie europee che già avevano a che fare, si capisce, con
il colosso americano avranno a che fare sempre di più con un
colosso sempre più robusto e sempre più americano. Nel senso
che tenderà, credo, sempre di più a sostenere l’industria
americana. Quest’ultima affermazione può essere facilmente
contestata. Può essere facilmente contestata perché, mentre in
tempi di pace un governo può permettersi, come dire, di
discriminare a favore della sua industria, in tempo di guerra
deve trovare la roba dove la trova, deve trovarla quando la
vuole, deve avere il just in time. E se i materiali richiesti,
i pezzi di ricambio richiesti possono essere offerti prima e
meglio da un’industria europea o da un’industria giapponese,
li andrà a comprare sul mercato. Questo riguarda quindi il
cash and carry dell’investimento militare. Quando si parla
invece di investimenti a medio e a lungo termine come nella
difesa missilistica è chiaro che lì scattano di nuovo i
meccanismi di difesa dell’industria. E, a questo punto,
dell’industria nazionale nel caso americano. A questo punto è
opportuno tornare a vedere come era la situazione prima
dell’11 settembre per quanto riguarda la difesa missilistica.
Cioè quella che si chiama National missile defence (NMD), il
progetto di difesa antimissile che ho detto all’inizio
proposto dall’amministrazione Bush già durante la campagna
elettorale. Questo tipo di difesa, secondo almeno la
presentazione che ne fece la prima volta nel febbraio scorso
Donald Rumsfeld quando a Monaco di Baviera riunì i ministri
della difesa europei per spiegare loro cosa gli americani
intendevano fare in questo campo, questo progetto non solo non
avrebbe escluso l’industria europea ma anzi prevedeva delle
importanti ricadute, così disse Rumsfeld, per l’industria
europea. Poiché niente fu messo in moto dopo e tutto è
cambiato ora dopo l’11 settembre, è difficile andare a vedere
il gioco americano in questo campo. Oggi non sappiamo nemmeno
se il progetto di NMD, di difesa balistica nazionale, andrà
avanti o meno. Sappiamo però (e qua innesto un elemento
centrale del mio intervento, quello della collaborazione fra
industria americana e industria europea) che già negoziati tra
il Pentagono e industrie importanti degli Stati Uniti erano in
corso per quanto riguarda la difesa missilistica. Cioè si era
messo in moto, o si era rimesso in moto, dopo tanto tempo
quello che Eisenhower chiamò una volta il complesso militare
industriale degli Stati Uniti. In un tempo che possiamo
definire senza errore tempo di guerra, questo complesso
militare industriale, che Eisenhower additava anche al rischio
di eccesso di potere, si è sicuramente rimesso i moto. Oggi
non è più soltanto negli Stati Uniti un complesso militare
industriale, è un complesso militare industriale e di
intelligence. Allora, una cosa che definirei positiva è che
trattative fra il Pentagono e importanti industrie americane
erano in corso. Sono cominciate già prima dell’estate per
quanto riguarda la difesa missilistica in quanto già il
Pentagono aveva definito un test side, cioè un luogo per i
test missilistici, in particolare nell’Alaska. Per ora erano
soltanto piccoli contratti di movimento terra però da lì
cominciava a venire fuori una sequenza. Sia pure su un
progetto di difesa missilistica ancora vago, perché nel campo
della difesa missilistica la decisione di qual è il territorio
da difendere, quindi quali sono i siti in cui installare la
difesa missilistica. E se questa difesa deve essere rivolta
esclusivamente contro basi lontane o anche contro missili che
vengono lanciati da navigli, per esempio, fa una differenza
enorme. Se poi aggiungiamo a questo la scelta non ancora fatta
negli Stati Uniti su quando colpire il missile aggressivo,
cioè se in fase di booster, cioè nei primi cinque minuti
quando si vede, come dire, ancora la coda, o più tardi nello
spazio o, quasi impossibile, in fase di arrivo, chiaramente il
progetto cambia radicalmente. Tuttavia, pur in questa
considerevole incertezza i rapporti fra industria e Pentagono
erano cominciati. E, tenendo conto dei forti interessi
industriali americani su questo progetto, credo che
continueranno. Malgrado, naturalmente, le perplessità che
verranno espresse in congresso sull’impegnare gli Stati Uniti
su un programma a lungo termine e di difficile realizzazione,
come l’ NMD, quando le priorità sono diventate molto più
vicine all’obiettivo, come si è visto l’11 settembre, e quindi
contro missili che potrebbero essere definiti tattici o di
teatro o addirittura non missili ma altro tipo di vettore. Ho
citato proprio ieri a Villa Cordellina, un piper presentato il
giorno prima, il 10 settembre, dei fatti di New York e
Washington, a un seminario a Bruxelles, dove nell’elencare i
reali rischi di attacco missilistico agli Stati Uniti metteva
al primo punto il contrabbando (contrabbando in questo caso di
materiale nucleare), i missili Cruise, Small Commuter Plain,
cioè piccoli aeroplani di breve percorso, Small Cargo ship,
missili balistici a breve gittata e, solo per ultimi, quelli a
lunga gittata. Malgrado si capisca l’interesse russo di fare
una classifica del genere, questa cla ssifica si è rivelata
purtroppo abbastanza realistica. Cioè si è visto oggi che
tutti i meccanismi di sicurezza vanno verso bloccare i piccoli
aerei, bloccare alle frontiere la possibilità di contrabbando
di materiale fissile e, naturalmente, anche di naviglio.
Quindi, non c’è dubbio che ci saranno difficoltà per
proseguire, non dirò come se niente fosse, ma insomma
abbastanza immutato il progetto di difesa missilistica
presentato dall’amministrazione Bush. Ma dove voglio arrivare
è che se, come è successo, importanti industrie americane
(parlo di Looked, Boeing ecc.) sono state coinvolte dal
Pentagono in questi progetti è difficile che mollino l’osso.
E’ difficile che rinuncino. E queste industrie, quasi tutte
quelle che ho elencato, hanno alleati europei. Non solo, ma in
alcuni casi (e ieri abbiamo avuto una interessantissima
esposizione sulla Boeing fatta dal presidente di Boeing
Spazio) e nel caso di Boeing hanno bisogno dell’alleato
europeo per battere la concorrenza domestica. Per battere, nel
caso, Looked. Chiunque è nell’industria sa questo, ma ora
diventa ancora più importante. Se abbiamo sempre saputo che
era importante avere l’alleato americano per poter prevalere
sul mercato americano, oggi questo è veramente un obbligo
laddove l’investimento militare americano va ad aumentare.
Quindi solo in parte la ricaduta sull’industria
dell’investimento della Difesa dipenderà dalla capacità
dell’industria, magari in alcuni settori di nicchia, di
fornire qualcosa che l’industria americana non riesce a
fornire o non riesce a fornire con la velocità che ho detto
all’inizio. Ma per le grandi commesse occorrono grandi
alleanze. Se Boeing vuole battere Looked deve fare, ha fatto
alleanze europee. Qui, le ultime, che traggo dal Financial
Time , perché non ho visto altre fonti, riguardano le
operazioni che vengono fatte per poter presentarsi al
Pentagono con dei missili che corrispondano, grosso modo, o
con delle armi che corrispondano grosso modo alle esigenze
come vengono percepite oggi di un tipo di guerra che peraltro,
a parte le speculazioni giornalistiche, nessuno sa quale
veramente sia. E che nessuno sappia quale veramente sia questo
tipo di guerra lo si vede da un fatto abbastanza curioso:
torna in auge il Tilt-Rotor, l’Osprey Vtwentytwo, che è un
apparecchio che sarebbe non azzardato paragonare al calabrone,
cioè una cosa che normalmente non dovrebbe volare però vola.
Non è previsto che voli però vola. E perché, diciamo, ha le
caratteristiche di un elicottero e quelle di un aereo, con
spese, come si può immaginare, consistenti. Bene, pochi mesi
fa questo apparecchio era praticamente out, cioè non esiste.
Non so se io mi sto facendo portavoce involontario di un
tentativo di recupero da parte dei fabbricanti, ma certamente
in un tipo di guerra di forte incertezza ci sta anche che un
apparecchio del genere, per quanto costoso, diventi molto
attuale. A questo punto significa rimettere in moto una catena
di produzione. E non è cosa da poco. Ma, per arrivare verso la
conclusione di questo intervento e insistere sulle alleanze
euroamericane, vorrei fare l’esempio secondo me più chiaro del
Meteor. Allora, noi abbiamo una scelta che è stata fatta da
Boeing in conseguenza, notate bene, una scelta missilistica
fatta da Boeing in conseguenza di una commessa inglese.
Quindi, noi abbiamo un governo britannico che facendo una
scelta con una commessa ha messo in moto una scelta di Boeing
per il Meteor che, lo ricordo, è un missile a cui partecipano
vari paesi europei perché nel frattempo è stata creata la MBDA
dove ci sono inglesi, francesi, tedeschi e italiani per la
produzione missilistica. Società ancora abbastanza, come dire,
misteriosa perché appena fatta, che dovrebbe rappresentare la
concertazione missilistica europea. Quindi, ripeto, un governo
europeo mette in moto un’alleanza con Boeing, quest’alleanza
Boeing per la produzione di quest’arma europea che si chiama
Meteor, al cui sviluppo Boeing partecipa, va in concorrenza
diretta con Raytheon col suo missile della terza classe che si
chiama AmRam (Advanced medium range air-to-air missile). E’ un
po’ complicato, ma non troppo. Una commessa europea, una
società appena fatta europea per produrre un certo missile. La
commessa europea convince Boeing ad appoggiare questo missile
contro al concorrente di Boeing che è Redion. Ecco, questo,
secondo me, è lo scenario che diventerà abituale. E’
assolutamente illusorio pensare che l’industria europea possa
da sola fare alcunché. Questo anche per un’altra ragione molto
valida. Allora, la questione importante a me pare che sia la
scelta degli alleati. La scelta degli alleati che deve essere
fatta. Può essere fatta anche in concorrenza fra diversi
consorzi europei, niente impedisce un altro consorzio europeo
viceversa si allei con Raytheon. A questo punto l’Europa, del
resto, è fuori tempo massimo per sviluppare una sua concezioni
di sistemi d’arma in questa circostanza. Quindi, diciamo,
questo per così dire è un ostacolo in meno perché se la
situazione di crisi attuale fosse avvenuta fra cinque o sei
anni dando il tempo all’Europa di andare più avanti con
sistemi suoi avremo un'obiettiva difficoltà. L’Europa non
potrebbe sostenere contemporaneamente dei sistemi d’arma suoi
e delle alleanze che le sue stesse industrie fanno con aziende
americane per sistemi diversi. In questo momento, questo
problema se non in alcuni settori non esiste. Quindi gli
europei, l’industria europea ha relativamente le mani libere
anche perché poi, da parte loro, gli americani col Joint
Strike Fighter hanno anche un trade up da offrire agli
europei. Concludiamo su una nota politica. La nota politica è
quella della scelta dei settori nei quali si può prevedere una
collaborazione con gli Stati Uniti, che significa
collaborazione tra industrie europee e industria statunitense,
sia nella difesa missilistica sia nelle ancora inesplorate
eventualità legate all’emergenza del momento. L’area
missilistica è quella che ha maggior valore aggiunto. E’
quella quindi più coinvolta, si tratti di missili balistici
intercontinentali o di missili di teatro, comunque i missili
sono sistemi che richiedono grandi investimenti e che quindi
sono più gratificanti per le industrie e per le gli Stati
possono finanziarie le industrie. Ricordo, ma sappiamo tutti
bene che nel campo della difesa non vi sono quelle limitazioni
che a livello europeo porterebbero il commissario Monti a dire
no, non si fa. Fine della parola. Quindi è molto importante
ricordare che ci sarà, quindi, non dirò con la scusa della
guerra ma diciamo fortemente incentivata l’atmosfera di
guerra, una corsa a considerare duale e cioè civile ma anche
militare una quantità di tecnologie e di investimenti che in
tempi normali non sfuggirebbe alla tagliola dell’Unione
europea. Nel settore spaziale il discorso cambia. Perché nel
settore spaziale delle telecomunicazioni c’è già una
cooperazione. E’ difficile prevedere un cambiamento
sostanziale nelle alleanze ma è facile prevedere un incremento
degli investimenti. Un incremento degli investimenti sia per
quanto riguarda la sicurezza necessaria che richiede quindi
più radar, più sensori, sia per quanto riguarda, in uno
scenario più avveniristico, la sicurezza degli stessi
satelliti. Non dimentichiamo che il programma di difesa
missilistica inizialmente, o almeno da alcuni settori più
dell’amministrazione americana fu presentato come defence of
space access, difesa delle risorse spaziali. Cioè come
facciamo a impedire che ci buttino giù un satellite. Ecco, per
la verità (mia opinione personale in questo caso) mentre la
difesa missilistica contro missili aggressivi la si può fare
soltanto con altri missili, la difesa delle risorse spaziali
quando si tratta di satelliti di telecomunicazioni, cioè più
sensibili, è meno costosa per quanto sembri strano con la
ridondanza. Cioè non riesco a impedire che mi abbattano come
un tiro al piattello un satellite, ne faccio due. Costa, ma
costa sempre meno di militarizzare lo spazio, che tra l’altro
è anche contro i trattati in corso e mette in moto una
pericolosissima spirale che noi oggi qui non abbiamo il tempo
di di esaminare. Altre due aree che voglio solo citare: l’area
elettronica in generale, che avrà un forte boost in questo
caso, e naturalmente l’area aeronautica su cui siamo tutti ben
preparati. Come andrà? Questa proiezione e questa previsione
di aumenti degli investimenti è vero o, siccome si va incontro
ad una guerra anomala fatta più sullo stile di campagne di
terra con risorse tradizionali a bassa tecnologia, in realtà
non vi sarà questo. Io posso solo giudicare in base ai prezzi
e cioè al valore delle azioni delle industrie della Difesa che
sono andati su costantemente e non sono tornati giù
dall’inizio di questa crisi. Quindi, se l’atteggiamento dei
singoli investitori e degli investitori istituzionali è un
metro, non c’è dubbio che si prevede questo. Direi,
soprattutto quelli istituzionali perché il singolo
investitore, per usare una formula forse un po’ invecchiata di
Einaudi: il singolo investitore in borsa ha cuore di coniglio,
memoria d’elefante e zampe di lepre, per quanto scappa dagli
investimenti. L’investitura istituzionale, viceversa, diciamo,
rappresenta un trend più solido. L’aumento del valore delle
azioni di tutte le industrie variamente coinvolte in questi
comparti è un segnale che questa sarà una tendenza di quanto
meno medio periodo. Se si aggiunge al fatto che negli Stati
Uniti c’era già stato, per via dell’amministrazione Bush
l’aumento di investimento che ho detto, è evidente che gli
europei non potranno fare altro che adeguarsi. Anche il
governo italiano ha fatto numerosi tagli alla spesa pubblica,
non ha tagliato quella militare. Ecco, questa è una tendenza.
In questa fase, oggi 6 ottobre 2001, possiamo solo
avventurarci fino a questo punto. L’anno prossimo tireremo le
somme. Certamente però la tendenza è abbastanza chiara. Mi
pare di aver capito, dagli interventi di questa mattina, che
c’è una percezione da parte di tutte le industrie coinvolte o
per i servizi come Telespazio o anche la manifattura come Fiat
Avio e soprattutto Alenia. C’è una percezione della necessità
di semplificare, combinare, aggregare per poter essere pronti
sul mercato quando effettivamente la domanda ci sarà. Questa
percezione è sarebbe un ulteriore segnale, oltre a quello
borsistico, che la tendenza è in effetti a un incremento di
questo settore. Qualora ci sia tempo, sono disponibile a
eventuali domande. |
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