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LE RICADUTE INDUSTRIALI DEI PROGETTI MILITARI IN CAMPO SPAZIALE
Umberto Giovine - Presidente Onorario Navigate Consortium
Effettivamente, nella giornata di ieri, alla villa Cordellina di Montecchio Maggiore, qui vicino a Vicenza, è stata lanciata la prima Conference di un istituto europeo che si chiama The European Institute for World and Space Affairs e che intende quindi mettere, come dice il nome, lo spazio nella prospettiva degli affari internazionali. Inizialmente la Conference, a cui faceva riferimento Sorrentino, era concentrata sull’argomento per lunghi mesi discusso della difesa missilistica, cioè del progetto dell’amministrazione Bush di creare una difesa antimissile per contrastare l’eventualità di missili balistici intercontinentali sporadici lanciati da paesi ostili. Su questo progetto si è a lungo discusso. E’ stato fortemente sponsorizzato dall’amministrazione Bush, in particolare dal segretario alla difesa Donald Rumsfeld e dal sottosegretario Powiz. L’uno e l’altro avevano fatto parte durante le precedenti amministrazioni democratiche di comitati per la difesa missilistica. Perché, devo ricordare, che questo concetto di difesa missilistica non nasce con l’amministrazione Bush ma nasce con l’amministrazione Clinton e anche con precedenti amministrazioni americane. L’Istituto ha fatto una sua ricerca sulla difesa missilistica come è vista dagli ambienti americani e anche aggiungendo la difesa missilistica come vista dagli europei, più interessati ai missili cosiddetti di teatro, cioè a missili di breve o media gittata in quanto il continente europeo occidentale è sottoposto soprattutto a questo tipo di minaccia perché, specialmente l’Italia, la Grecia e i paesi del sud Europa, nel raggio di missili Scud rinforzati, Scud B o di altro tipo in grado di raggiungere gittate consistenti, comunque superiori ai mille chilometri. Quindi si chiamano missili di teatro. Se avevamo identificato una diversità di approccio, gli Stati Uniti, più interessati all’eventuale missile balistico intercontinentale lanciato, mettiamo, dalla Corea del Nord, gli europei già coinvolti in programmi importanti per la difesa missili che potrebbero essere lanciati dall’Iran o dall’Iraq. O, come avvenuto 15 anni fa, dalla Libia che, in seguito ad una circostanza internazionale che è inutile qui ora ricordare, colpì le acque territoriali italiane attorno all’isola di Lampedusa con due missili. Unico attacco avvenuto al territorio o alle acque della Nato dal dopoguerra. Quindi l’Italia è sicuramente interessata. Ma vorrei, a questo proposito, per chiarire meglio la questione e poi passare all’argomento proprio di questo panel che è la ricaduta nelle attuali circostanze degli investimenti della Difesa per l’industria aerospaziale, vorrei collegarmi a quanto stamattina è stato detto sul programma Galileo, specialmente nell’intervento dell’ing. Cassini. Dove ha fatto un’annotazione, a mio avviso, molto importante e molto sottovalutata negli ultimi tempi. Cioè, Galileo, come tutti hanno detto, si propone di essere una cosa diversa dall’attuale Gps americano in quanto vorrebbe arrivare a livello globale a quattro metri di approssimazione all’obiettivo. E quindi di essere molto più preciso del Gps. Ora, d’altra parte, tutti hanno riconosciuto l’esigenza strategica di chi gestisce questo tipo di sistemi di decidere in momenti critici di degradare il segnale, cioè di allargare questa approssimazione, come è avvenuto, per esempio, durante la guerra del Kossovo. Ora, la domanda che era implicita nell’esposizione dell’ing. Cassini era questa: se Galileo si propone di arrivare a quattro metri, che è veramente il minimo possibile a cui si può arrivare oggi, a livello globale, chi deciderà qual è la zona critica, in quale parte del mondo, nella quale il segnale va degradato all’occorrenza? E che succede se chi gestisce, nel caso gli europei, il sistema si rifiuta di degradare nei cieli del Kashmir il segnale perché glielo chiede o il Pakistan o l’India o i kashmiri. Problema non indifferente, che forse sarebbe bene cominciare ad affrontare sul piano internazionale prima di arrivare all’effettivo sviluppo del sistema. Ma, con questo torno all’origine, la prima volta che il segnale Gps, che io sappia, è stato degradato sul continente europeo è stato appunto durante la guerra del Kossovo, sull’Adriatico. Cioè, l’amministrazione americana che non aveva ancora fatto quella che l’anno dopo diventò l’autorinuncia di Clinton alla cosiddetta Selective availability. In sostanza la possibilità di dire: vi tolgo il segnale quando voglio io, tanto per intenderci. Rinuncia che è avvenuta, mi pare, nel maggio dell’anno scorso. Ma due anni fa, durante la guerra del Kosowo, non c’era ancora in funzione la Selective availability americana. Cioè la possibilità da parte dell’autorità che ha costituito il Gps, tra l’altro per finalità militari come è stato ricordato stamattina, di degradare o addirittura oscurare il segnale. Quindi, il segnale fu degradato. Fu degradato di una bella cifra nel senso che, mi pare, fu degradato nell’ordine di 150- 200 metri e, se voi frequentate il mare mosso, 200 metri sono decisivi per trovare o non trovare qualcosa, compreso o non trovare la rotta. La cosa che sarebbe interessante, parallela a quella futuribile che ho detto sul Kashmir e sul Galileo, è di sapere chi ha deciso, come e perché di degradare. Sappiamo che l’ha deciso l’amministrazione americana. Ma quello che è curioso è che l’Italia, nelle cui acque territoriali e coste adriatiche veniva a colpire questa misura di degradazione del segnale Gps, l’Italia non era stata avvisata e, soprattutto, non è stata l’Italia a chiedere di degradare il segnale. E allora uno si chiede: come mai ciò è avvenuto, come mai è stata avvertita un’esigenza di degradare il segnale Gps nel ’99 durante la campagna anti-jugoslava da parte del governo americano su un territorio italiano il cui governo non aveva evidentemente sentito l’esigenza di chiederlo? La questione non è formale, è di grande sostanza perché il governo americano era al corrente di una reale minaccia missilistica contro l’Italia. Non so, anzi sono sicuro che qualcuno in Italia ne era al corrente, certamente di questa coscienza non si è avuto nessun segnale a livello politico, cioè a livello delle decisioni del governo italiano di allora. In altre parole, l’Italia è entrata nella guerra del Kosowo sottoponendosi a minaccia missilistica degli Scud B jugoslavi senza informare l’opinione pubblica e lasciando all’alleato americano di decidere le misure da prendere. Misure peraltro blande, perché degradare il segnale certamente non significava difendere il territorio italiano in caso di necessità. Questo fa riflettere. E siccome siamo di nuovo in una situazione di guerra per ora non guerreggiata, sarebbe bene che le autorità politiche riflettessero su questo precedente poco edificante. Perché, naturalmente, la minaccia di Milosevic non c’è più perché Milosevic è astretto alle carceri olandesi della corte internazionale di giustizia, ma esistono altre minacce. E, in una situazione magmatica come quella attuale internazionale, queste minacce possono venire da un numero di paesi o addirittura, come abbiamo visto nel caso degli attacchi terroristici agli Stati Uniti, anche da non paesi ma da gruppi di terroristi ben organizzati che si appoggiano o su paesi o su aree territoriali non controllate. Ieri ho fatto una piccola esposizione sul preoccupante moltiplicarsi nel mondo di aree non controllate. Cioè di aree che in realtà non rispondono a nessuna amministrazione statuale definita. Ho parlato della Colombia, ho parlato dell’Afghanistan, di alcune aree dell’Asia centrale, ho parlato della Birmania. E ho parlato anche, per la prima volta di un’ara dell’Arabia saudita. L’esistenza di queste aree che contraddicono ad una regola fondamentale nello ius publicum europeum, che cioè da tutte le parti ci deve essere qualcuno che comanda, ci deve essere qualcuno a cui chiedere conto di quello che avviene, è una involuzione molto pericolosa. Intendo dire che cinquant’anni fa non c’erano aree del genere. Oggi ci sono, aree o territori del genere. La minaccia contro l’Italia quindi esiste, è una minaccia reale, proviene da varie parti. E con questo riusciamo ad arrivare al punto essenziale. Perché se esiste una minaccia deve esistere un investimento della difesa per contrastare questa minaccia. Qua arriviamo ad un punto cruciale del rapporto economico fra la committenza difesa e l’industria in generale. E cioè, sul mercato la difesa la prontezza di reazione è una commodity molto importante. Cioè laddove in tempo di pace la prontezza di reazione è praticamente irrilevante, non dovrebbe essere così ma di fatto è così, nel momento in cui c’è il rischio di realmente mobilitare qualcosa in modo o nell’altro contro qualcun altro questa prontezza di paga. E si paga cara. E bisogna investire per averla. Cioè bisogna investire in quella che gli inglesi chiamano readiness, se non si investe in readiness altri investimenti, anche molto importanti possono essere annullati, possono non servire a niente. Se io investo su un sistema d’arma che però non ha la prontezza di essere messo sul campo di battaglia, se è una guerra convenzionale, o su altro sistema comunque da utilizzare rapidamente ho sprecato dei soldi. Secondo punto collegato al primo, e anche questo molto importante per l’industria. Collegato al primo nel senso che l’elemento umano in tempi di guerra diventa più importante, perdere un pilota esperto diventa più grave se si è in guerra perché non c’è il tempo di rimpiazzarlo, quindi i tecnici lavorano di più, quindi le macchine vengono sottoposte a maggiore logoramento, quindi servono più pezzi di ricambio. Ecco. Allora, primo ho detto: la prontezza di intervento in caso di guerra è un elemento fondamentale. La disponibilità di pezzi di ricambio è un elemento altrettanto fondamentale. Ho già individuato due aree industriali, prontezza a cui è facile aggiungere sicurezza, per la difesa naturalmente dei sistemi d’arma o altro, e i pezzi di ricambio. Pezzi di ricambio che devono essere pronti, come si dice nell’industria non militare, just in time. Quindi si devono ricostituire dei magazzini che in tempo di pace, viceversa, vengono largamente trascurati quando non addirittura cancellati per evitare sgradevoli conseguenze sui bilanci societari. C’è stato, se ricordate un incremento nelle spese negli investimenti del Pentagono. Stiamo parlando di un incremento per l’anno fiscale 2002 chiesto e ottenuto dal presidente di 33 miliardi di dollari. E qua cominciamo, visto che si parla di ricaduta industriale degli investimenti e della difesa, a parlare di un argomento che ieri è stato molto dibattuto a Villa Cordellina, cioè l’enorme differenza di investimenti sia in campo militare sia nel campo della ricerca e dello sviluppo fra Europa e Stati Uniti. Verso la conclusione del mio intervento cercherò anche di spiegare se esista realmente l’Europa e quindi se stiamo parlando di una reale entità. Trentatre miliardi di dollari sono l’equivalente del budget annuale della Difesa del Regno Unito, che è anche il budget più consistente in Europa. Cioè l’aumento marginale della spesa militare per il 2002 degli Stati Uniti equivale a tutto l’investimento militare per lo stesso anno fiscale del Regno Unito. Aggiungiamo qualche altra cifra. Le ultime le ha riportate il Wall Street Journal del 21 settembre (che può servire di cosa sto cercando di parlare): le spese per la difesa di tutta Europa, quindi non solo l’Unione Europea ma anche gli altri paesi, quindi la Norvegia ecc., sono meno della metà di quelle degli Stati Uniti. Per quanto riguarda la ricerca e lo sviluppo, gli Stati Uniti spendono sette volte di più dell’Europa per ogni soldato, cioè la quantità di ricerca e sviluppo per ogni soldato negli Stati Uniti equivale a 26.800 dollari, in Europa e quattromila dollari. Cioè stiamo parlando di quantità praticamente non comparabili fra loro. Ieri, il presidente di Alenia Spazio, Giorgio Zappa, ha ricordato che nella ricerca militare, secondo i dati suoi, l’Europa spende cinque volte meno degli Stati Uniti. Quindi siamo tra le cinque volte meno dette da Giorgio Zappa, sette volte meno dette dal Wall Street Journal. Dipende, naturalmente, da cosa si include nella voce Ricerca militare, ma abbiamo capito che stiamo parlando di un delta molto, molto consistente. Quindi, la prima conseguenza di quello che sto dicendo è che quando si parla di ricadute industriali dell’investimento militare, e stiamo parlando prevalentemente di ricadute industriali dell’investimento militare americano. E che di conseguenza gli europei, le industrie europee che già avevano a che fare, si capisce, con il colosso americano avranno a che fare sempre di più con un colosso sempre più robusto e sempre più americano. Nel senso che tenderà, credo, sempre di più a sostenere l’industria americana. Quest’ultima affermazione può essere facilmente contestata. Può essere facilmente contestata perché, mentre in tempi di pace un governo può permettersi, come dire, di discriminare a favore della sua industria, in tempo di guerra deve trovare la roba dove la trova, deve trovarla quando la vuole, deve avere il just in time. E se i materiali richiesti, i pezzi di ricambio richiesti possono essere offerti prima e meglio da un’industria europea o da un’industria giapponese, li andrà a comprare sul mercato. Questo riguarda quindi il cash and carry dell’investimento militare. Quando si parla invece di investimenti a medio e a lungo termine come nella difesa missilistica è chiaro che lì scattano di nuovo i meccanismi di difesa dell’industria. E, a questo punto, dell’industria nazionale nel caso americano. A questo punto è opportuno tornare a vedere come era la situazione prima dell’11 settembre per quanto riguarda la difesa missilistica. Cioè quella che si chiama National missile defence (NMD), il progetto di difesa antimissile che ho detto all’inizio proposto dall’amministrazione Bush già durante la campagna elettorale. Questo tipo di difesa, secondo almeno la presentazione che ne fece la prima volta nel febbraio scorso Donald Rumsfeld quando a Monaco di Baviera riunì i ministri della difesa europei per spiegare loro cosa gli americani intendevano fare in questo campo, questo progetto non solo non avrebbe escluso l’industria europea ma anzi prevedeva delle importanti ricadute, così disse Rumsfeld, per l’industria europea. Poiché niente fu messo in moto dopo e tutto è cambiato ora dopo l’11 settembre, è difficile andare a vedere il gioco americano in questo campo. Oggi non sappiamo nemmeno se il progetto di NMD, di difesa balistica nazionale, andrà avanti o meno. Sappiamo però (e qua innesto un elemento centrale del mio intervento, quello della collaborazione fra industria americana e industria europea) che già negoziati tra il Pentagono e industrie importanti degli Stati Uniti erano in corso per quanto riguarda la difesa missilistica. Cioè si era messo in moto, o si era rimesso in moto, dopo tanto tempo quello che Eisenhower chiamò una volta il complesso militare industriale degli Stati Uniti. In un tempo che possiamo definire senza errore tempo di guerra, questo complesso militare industriale, che Eisenhower additava anche al rischio di eccesso di potere, si è sicuramente rimesso i moto. Oggi non è più soltanto negli Stati Uniti un complesso militare industriale, è un complesso militare industriale e di intelligence. Allora, una cosa che definirei positiva è che trattative fra il Pentagono e importanti industrie americane erano in corso. Sono cominciate già prima dell’estate per quanto riguarda la difesa missilistica in quanto già il Pentagono aveva definito un test side, cioè un luogo per i test missilistici, in particolare nell’Alaska. Per ora erano soltanto piccoli contratti di movimento terra però da lì cominciava a venire fuori una sequenza. Sia pure su un progetto di difesa missilistica ancora vago, perché nel campo della difesa missilistica la decisione di qual è il territorio da difendere, quindi quali sono i siti in cui installare la difesa missilistica. E se questa difesa deve essere rivolta esclusivamente contro basi lontane o anche contro missili che vengono lanciati da navigli, per esempio, fa una differenza enorme. Se poi aggiungiamo a questo la scelta non ancora fatta negli Stati Uniti su quando colpire il missile aggressivo, cioè se in fase di booster, cioè nei primi cinque minuti quando si vede, come dire, ancora la coda, o più tardi nello spazio o, quasi impossibile, in fase di arrivo, chiaramente il progetto cambia radicalmente. Tuttavia, pur in questa considerevole incertezza i rapporti fra industria e Pentagono erano cominciati. E, tenendo conto dei forti interessi industriali americani su questo progetto, credo che continueranno. Malgrado, naturalmente, le perplessità che verranno espresse in congresso sull’impegnare gli Stati Uniti su un programma a lungo termine e di difficile realizzazione, come l’ NMD, quando le priorità sono diventate molto più vicine all’obiettivo, come si è visto l’11 settembre, e quindi contro missili che potrebbero essere definiti tattici o di teatro o addirittura non missili ma altro tipo di vettore. Ho citato proprio ieri a Villa Cordellina, un piper presentato il giorno prima, il 10 settembre, dei fatti di New York e Washington, a un seminario a Bruxelles, dove nell’elencare i reali rischi di attacco missilistico agli Stati Uniti metteva al primo punto il contrabbando (contrabbando in questo caso di materiale nucleare), i missili Cruise, Small Commuter Plain, cioè piccoli aeroplani di breve percorso, Small Cargo ship, missili balistici a breve gittata e, solo per ultimi, quelli a lunga gittata. Malgrado si capisca l’interesse russo di fare una classifica del genere, questa cla ssifica si è rivelata purtroppo abbastanza realistica. Cioè si è visto oggi che tutti i meccanismi di sicurezza vanno verso bloccare i piccoli aerei, bloccare alle frontiere la possibilità di contrabbando di materiale fissile e, naturalmente, anche di naviglio. Quindi, non c’è dubbio che ci saranno difficoltà per proseguire, non dirò come se niente fosse, ma insomma abbastanza immutato il progetto di difesa missilistica presentato dall’amministrazione Bush. Ma dove voglio arrivare è che se, come è successo, importanti industrie americane (parlo di Looked, Boeing ecc.) sono state coinvolte dal Pentagono in questi progetti è difficile che mollino l’osso. E’ difficile che rinuncino. E queste industrie, quasi tutte quelle che ho elencato, hanno alleati europei. Non solo, ma in alcuni casi (e ieri abbiamo avuto una interessantissima esposizione sulla Boeing fatta dal presidente di Boeing Spazio) e nel caso di Boeing hanno bisogno dell’alleato europeo per battere la concorrenza domestica. Per battere, nel caso, Looked. Chiunque è nell’industria sa questo, ma ora diventa ancora più importante. Se abbiamo sempre saputo che era importante avere l’alleato americano per poter prevalere sul mercato americano, oggi questo è veramente un obbligo laddove l’investimento militare americano va ad aumentare. Quindi solo in parte la ricaduta sull’industria dell’investimento della Difesa dipenderà dalla capacità dell’industria, magari in alcuni settori di nicchia, di fornire qualcosa che l’industria americana non riesce a fornire o non riesce a fornire con la velocità che ho detto all’inizio. Ma per le grandi commesse occorrono grandi alleanze. Se Boeing vuole battere Looked deve fare, ha fatto alleanze europee. Qui, le ultime, che traggo dal Financial Time , perché non ho visto altre fonti, riguardano le operazioni che vengono fatte per poter presentarsi al Pentagono con dei missili che corrispondano, grosso modo, o con delle armi che corrispondano grosso modo alle esigenze come vengono percepite oggi di un tipo di guerra che peraltro, a parte le speculazioni giornalistiche, nessuno sa quale veramente sia. E che nessuno sappia quale veramente sia questo tipo di guerra lo si vede da un fatto abbastanza curioso: torna in auge il Tilt-Rotor, l’Osprey Vtwentytwo, che è un apparecchio che sarebbe non azzardato paragonare al calabrone, cioè una cosa che normalmente non dovrebbe volare però vola. Non è previsto che voli però vola. E perché, diciamo, ha le caratteristiche di un elicottero e quelle di un aereo, con spese, come si può immaginare, consistenti. Bene, pochi mesi fa questo apparecchio era praticamente out, cioè non esiste. Non so se io mi sto facendo portavoce involontario di un tentativo di recupero da parte dei fabbricanti, ma certamente in un tipo di guerra di forte incertezza ci sta anche che un apparecchio del genere, per quanto costoso, diventi molto attuale. A questo punto significa rimettere in moto una catena di produzione. E non è cosa da poco. Ma, per arrivare verso la conclusione di questo intervento e insistere sulle alleanze euroamericane, vorrei fare l’esempio secondo me più chiaro del Meteor. Allora, noi abbiamo una scelta che è stata fatta da Boeing in conseguenza, notate bene, una scelta missilistica fatta da Boeing in conseguenza di una commessa inglese. Quindi, noi abbiamo un governo britannico che facendo una scelta con una commessa ha messo in moto una scelta di Boeing per il Meteor che, lo ricordo, è un missile a cui partecipano vari paesi europei perché nel frattempo è stata creata la MBDA dove ci sono inglesi, francesi, tedeschi e italiani per la produzione missilistica. Società ancora abbastanza, come dire, misteriosa perché appena fatta, che dovrebbe rappresentare la concertazione missilistica europea. Quindi, ripeto, un governo europeo mette in moto un’alleanza con Boeing, quest’alleanza Boeing per la produzione di quest’arma europea che si chiama Meteor, al cui sviluppo Boeing partecipa, va in concorrenza diretta con Raytheon col suo missile della terza classe che si chiama AmRam (Advanced medium range air-to-air missile). E’ un po’ complicato, ma non troppo. Una commessa europea, una società appena fatta europea per produrre un certo missile. La commessa europea convince Boeing ad appoggiare questo missile contro al concorrente di Boeing che è Redion. Ecco, questo, secondo me, è lo scenario che diventerà abituale. E’ assolutamente illusorio pensare che l’industria europea possa da sola fare alcunché. Questo anche per un’altra ragione molto valida. Allora, la questione importante a me pare che sia la scelta degli alleati. La scelta degli alleati che deve essere fatta. Può essere fatta anche in concorrenza fra diversi consorzi europei, niente impedisce un altro consorzio europeo viceversa si allei con Raytheon. A questo punto l’Europa, del resto, è fuori tempo massimo per sviluppare una sua concezioni di sistemi d’arma in questa circostanza. Quindi, diciamo, questo per così dire è un ostacolo in meno perché se la situazione di crisi attuale fosse avvenuta fra cinque o sei anni dando il tempo all’Europa di andare più avanti con sistemi suoi avremo un'obiettiva difficoltà. L’Europa non potrebbe sostenere contemporaneamente dei sistemi d’arma suoi e delle alleanze che le sue stesse industrie fanno con aziende americane per sistemi diversi. In questo momento, questo problema se non in alcuni settori non esiste. Quindi gli europei, l’industria europea ha relativamente le mani libere anche perché poi, da parte loro, gli americani col Joint Strike Fighter hanno anche un trade up da offrire agli europei. Concludiamo su una nota politica. La nota politica è quella della scelta dei settori nei quali si può prevedere una collaborazione con gli Stati Uniti, che significa collaborazione tra industrie europee e industria statunitense, sia nella difesa missilistica sia nelle ancora inesplorate eventualità legate all’emergenza del momento. L’area missilistica è quella che ha maggior valore aggiunto. E’ quella quindi più coinvolta, si tratti di missili balistici intercontinentali o di missili di teatro, comunque i missili sono sistemi che richiedono grandi investimenti e che quindi sono più gratificanti per le industrie e per le gli Stati possono finanziarie le industrie. Ricordo, ma sappiamo tutti bene che nel campo della difesa non vi sono quelle limitazioni che a livello europeo porterebbero il commissario Monti a dire no, non si fa. Fine della parola. Quindi è molto importante ricordare che ci sarà, quindi, non dirò con la scusa della guerra ma diciamo fortemente incentivata l’atmosfera di guerra, una corsa a considerare duale e cioè civile ma anche militare una quantità di tecnologie e di investimenti che in tempi normali non sfuggirebbe alla tagliola dell’Unione europea. Nel settore spaziale il discorso cambia. Perché nel settore spaziale delle telecomunicazioni c’è già una cooperazione. E’ difficile prevedere un cambiamento sostanziale nelle alleanze ma è facile prevedere un incremento degli investimenti. Un incremento degli investimenti sia per quanto riguarda la sicurezza necessaria che richiede quindi più radar, più sensori, sia per quanto riguarda, in uno scenario più avveniristico, la sicurezza degli stessi satelliti. Non dimentichiamo che il programma di difesa missilistica inizialmente, o almeno da alcuni settori più dell’amministrazione americana fu presentato come defence of space access, difesa delle risorse spaziali. Cioè come facciamo a impedire che ci buttino giù un satellite. Ecco, per la verità (mia opinione personale in questo caso) mentre la difesa missilistica contro missili aggressivi la si può fare soltanto con altri missili, la difesa delle risorse spaziali quando si tratta di satelliti di telecomunicazioni, cioè più sensibili, è meno costosa per quanto sembri strano con la ridondanza. Cioè non riesco a impedire che mi abbattano come un tiro al piattello un satellite, ne faccio due. Costa, ma costa sempre meno di militarizzare lo spazio, che tra l’altro è anche contro i trattati in corso e mette in moto una pericolosissima spirale che noi oggi qui non abbiamo il tempo di di esaminare. Altre due aree che voglio solo citare: l’area elettronica in generale, che avrà un forte boost in questo caso, e naturalmente l’area aeronautica su cui siamo tutti ben preparati. Come andrà? Questa proiezione e questa previsione di aumenti degli investimenti è vero o, siccome si va incontro ad una guerra anomala fatta più sullo stile di campagne di terra con risorse tradizionali a bassa tecnologia, in realtà non vi sarà questo. Io posso solo giudicare in base ai prezzi e cioè al valore delle azioni delle industrie della Difesa che sono andati su costantemente e non sono tornati giù dall’inizio di questa crisi. Quindi, se l’atteggiamento dei singoli investitori e degli investitori istituzionali è un metro, non c’è dubbio che si prevede questo. Direi, soprattutto quelli istituzionali perché il singolo investitore, per usare una formula forse un po’ invecchiata di Einaudi: il singolo investitore in borsa ha cuore di coniglio, memoria d’elefante e zampe di lepre, per quanto scappa dagli investimenti. L’investitura istituzionale, viceversa, diciamo, rappresenta un trend più solido. L’aumento del valore delle azioni di tutte le industrie variamente coinvolte in questi comparti è un segnale che questa sarà una tendenza di quanto meno medio periodo. Se si aggiunge al fatto che negli Stati Uniti c’era già stato, per via dell’amministrazione Bush l’aumento di investimento che ho detto, è evidente che gli europei non potranno fare altro che adeguarsi. Anche il governo italiano ha fatto numerosi tagli alla spesa pubblica, non ha tagliato quella militare. Ecco, questa è una tendenza. In questa fase, oggi 6 ottobre 2001, possiamo solo avventurarci fino a questo punto. L’anno prossimo tireremo le somme. Certamente però la tendenza è abbastanza chiara. Mi pare di aver capito, dagli interventi di questa mattina, che c’è una percezione da parte di tutte le industrie coinvolte o per i servizi come Telespazio o anche la manifattura come Fiat Avio e soprattutto Alenia. C’è una percezione della necessità di semplificare, combinare, aggregare per poter essere pronti sul mercato quando effettivamente la domanda ci sarà. Questa percezione è sarebbe un ulteriore segnale, oltre a quello borsistico, che la tendenza è in effetti a un incremento di questo settore. Qualora ci sia tempo, sono disponibile a eventuali domande.
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