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LA STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE ISS
Franco Malerba - Astronauta
Sì, qui vedete la buona collaborazione tra gli astronauti italiani. Dunque. Io direi che lo spazio è la sfida del secolo, la sfida strategica globale. Ce ne accorgiamo se non altro perché lo spazio è l’unico mare dove per ora si può navigare Inerenti soltanto alla difficoltà di andarci e ai rischi della tecnologia, delle cose nelle quali noi vogliamo misurarci. E la Stazione spaziale è un elemento non secondario di questa realtà che io considererei la prospettiva politica del prossimo secolo. E che lo spazio sia un territorio che riguarda la politica, direi che non ci può essere dubbio. Lo è stato massimamente il territorio della politica negli anni della guerra fredda, ma continua ad essere il territorio dove ciò che avviene riguarda i Governi dei Paesi. E forse, lasciatemelo dire, anche attraverso l’esperienza diretta che come Paolo anch’io faccio di parlare ai dei pubblici allargati, quelli che votano, quelli che scelgono le opzioni politiche nei Paesi democratici. Ebbene, il sogno dell’andare nello spazio, il sogno, la speranza di un qualche cosa di migliore, di un qualcosa di utile per noi e per la nostra generazione futura, è insito nella gente. Quindi, in questo senso non c’è soltanto la parte commerciale, che interessa evidentemente la maggior parte dell’uditorio, ma c’è anche la parte del sogno, la parte del cittadino, che vuole essere in qualche modo protagonista attraverso l’uomo nello spazio. Che la stazione spaziale ci sia si vede. Se voi vi sintonizzate in qualche sito Internet che dà le coordinate, il tracking della stazione potete anche, soprattutto la mattina e la sera, quando la stazione è ancora alta nel cielo e noi siamo invece già nel buio o ancora nel buio, la si vede scintillare come una grande stella tecnologica con i suoi pannelli grandi come campi da tennis o forse addirittura come campi da pallone. Ce ne siamo accorti quando Umberto Guidoni è andato lassù con le bandierine italiane e con i dialoghi, con i grandi protagonisti della politica italiana ed europea. Ce ne siamo accorti negli stabilimenti dell’Alenia Spazio di Torino perché, giorno dopo giorno, ci sono dei moduli che partono e che vengono imbarcati in questo aereo strano, il Beluga, vengono portati ora al Kennedy Space Center ora in altri siti industriali europei. Uno è partito proprio venerdì scorso – forse questo è il suono del Beluga che decolla – e quindi questa realtà ha anche una percezione fisica che è fatta d ingegneri che ci lavorano su, di programmi di computer, di cad ed altre competenze, che poi permeano tutto un ambiente, permeano un contesto industriale e culturale. Certo, la stazione spaziale ha il difetto di avere dei tempi lunghi e questa mi sembra una caratteristica alla quale non potremo sopperire. Fa specie il fatto che il modulo Columbus. Si chiama Colombus perché doveva essere lanciato nel ’92, in occasione del cinquecentenario della scoperta dell’America e invece sarà lanciato nel 2004. Quindi è un programma che ha la tendenza a dilatarsi nel tempo e forse anche a costare di più. Ma è anche l’unico programma che offre una prospettiva di attività continuativa per il volo abitato. E’ certamente anche un programma nel quale, per la ragione che ho ant icipato prima della visibilità politica, per i tempi lunghi, per la percezione di ritorni a lungo termine, è sicuramente un programma non competitivo. E’ un programma nel quale si lavora assieme e il paradigma adesso è davvero diventato quello della pace universale tra coloro che si facevano la guerra e alludo ad americani e russi, ed è quindi un luogo di ricerca, di scienza, di tecnologia, di educazione. Ma è anche uno strumento per una prospettiva commerciale. Entrambe questi percorsi, quello di portare attività commerciali nello spazio e quella di trasformare la stazione spaziale in uno strumento per stimolare la dimensione scientifica della nostra società, direi contribuire a diminuire la prospettiva dello skill shortage. Voi sapete che abbiamo davanti a noi, mentre nell’oggi combattiamo la disoccupazione, il problema del domani sarà avere le persone capaci di sostenere lo sviluppo economico essenzialmente tecnologico che abbiamo davanti a noi. Ebbene, in questo senso, la stazione spaziale può essere uno strumento formidabile sia a livello di ispirazione, per trascinare i giovani che si immaginano un futuro ancora incerto, nebuloso, davanti a loro e forse credono che la carriera del finanziere sia più remunerativa e gratificante e viceversa se gli serviamo il sogno del viaggio nello spazio, dell’impegno nella scienza e nella tecnologia, forse avranno più probabilità di trovare un lavoro, avranno più probabilità di riuscire nella vita. La prospettiva quindi di utilizzare la stazione anche come traino di una ispirazione sociale nel senso della scienza e della tecnologia. E la sfida del programma di utilizzo. Questo è il punto centrale che interessa anche e soprattutto gli attori del settore spaziale. Voi sapete che c’è già un’iniziativa – io credo davvero lungimirante – che è quella di ALTEC, di una joint venture, di un lavoro fatto assieme tra l’istituzione che ha la responsabilità dell’orientamento strategico dello spazio – l’Agenzia Spaziale Italiana – l’azienda che più direttamente possiede il know-how, la competenza sulla stazione spaziale – l’Alenia Spazio – e, questa è una dimensione nuova che mi sembra molto significativa dal punto di vista politico, la Regione Piemonte. Ebbene, un governo regionale – forse anticipando quel tipo di autonomia, di pianificazione dello sviluppo economico che sembra le Regioni potranno e dovranno avere sempre di più – ha ritenuto che era giusto investire in una iniziativa che guarda all’utilizzo della stazione spaziale. Cosa farà ALTEC. La sua missione è quella di essere un luogo di integrazione e di preparazione dei carichi utili per la stazione spaziale. Quindi, se uno ha l’idea, non deve rivolgersi alla NASA o non deve essere sommerso di manuali e documenti, ma deve trovare un luogo ricco di interattività e di esperienza per aiutarlo, portarlo per mano attraverso le complessità – speriamo sempre più affrontabili – di imbarcare un esperimento a bordo della stazione. Ma troverà anche un nodo, diciamo così, di una rete, di una rete informatica delle eccellenze. Questo è una sfida che esiste un po’ in tutti i settori, quella di riunire, fortificare, nutrire, tutti coloro che posseggono delle competenze probabilmente complementari, in discipline probabilmente diverse, ma che hanno grande necessità di scambiarsi informazioni, esperienze, addirittura favorire la mobilità delle persone tra un sito e l’altro. Non attraverso Internet, questa volta, ma attraverso i trasporti. Quindi un ruolo di networking delle competenze, che mi sembra assolutamente importante. E poi, infine, un ruolo di divulgazione che, per il momento, diciamo la verità, è ancora in embrione. Mi sembra che su questi aspetti, quello dell’utilizzo commerciale, dell’apertura a diversi tipi di profili come partecipi dell’avventura spaziale, il tema della divulgazione, sono tutti temi abbastanza innovanti in questo settore. Perché, se siamo sinceri, non ci siamo preoccupati più di tanto di andare verso il grande pubblico, abbiamo sempre preferito raccontarcela tra di noi e probabilmente – come ho anche sentito fare a questo tavolo poco fa – diventare sempre più bravi a bussare alle porte del denaro pubblico. Invece bisogna, lo dico parlando di un progetto che ha un contenuto essenzialmente scientifico e quindi deve per forza riferirsi al pubblico, bisogna avere un po’ d’immaginazione anche per andare verso altre soluzioni anche in questo settore di partnership pubblico-privato, come si suol dire. E credo che il modello dei programmi quadro di ricerca dell’Unione Europea siano un modello che si può sperimentare. Dove tipicamente il pubblico mette una buona parte del costo del progetto e il privato ci mette le sue risorse, il suo impegno e forse anche la credibilità in modo che ci siano ancora degli investitori privati tipo venture capitalist che possano provare anche questo percorso e questa sfida. Direi che, per essere breve – mi stai facendo segno di essere breve – allora: due considerazioni. Una, abbiamo di fronte a noi una difficoltà ed una opportunità. Come sempre le difficoltà possono essere un’opportunità o un problema, ed è quella di una certa difficoltà, tanto più comprensibile in questo momento, dell’amministrazione americana nel sostenere il finanziamento della stazione spaziale fino a completamento. La comunità scientifica ci dice che è assolutamente indispensabile che la stazione spaziale abbia sei astronauti a bordo – sette forse è meglio, sei è un minimo – e quindi per questo è indispensabile che sia completata con il modulo di abitazione e con la navetta di rientro che Paolo Nespoli ci ha già mostrato come è, come prototipo. In questa c’è un’opportunità per l’Italia, che ormai ha la competenza di fabbricare questi moduli direi quasi in serie (naturalmente c’è del nuovo nell’abitation module, siamo contenti che ci sia), ma è una prospettiva nella quale l’Italia può giocare un ruolo importante. Così come anche nel mini-Shuttle di rientro che a mio avviso dovrà certamente essere una collaborazione internazionale, forse europea, più probabilmente bilaterale con la NASA, ma nella quale l’Italia potrebbe avere un ruolo da giocare. Infine, lasciatemi parlare ancora un secondo di questo sforzo culturale che io credo sia importante per rilanciare il sogno, per far diventare l’opzione spaziale un qualcosa di più condiviso dall’opinione pubblica. Penso che se gli americani che hanno avuto questa relativa fortuna, in un certo senso, di poter utilizzare i primi momenti dell’avventura spaziale come un qualche cosa che coinvolgeva tutti e gli astronauti erano eroi, e i passi avanti, la bandiera sulla Luna, erano momenti di vibrazione nazionale, noi abbiamo visto queste cose un po’ come spettatori. E quindi oggi, paradossalmente, gli americani possono vivere di rendita sul lavoro di comunicazione, mentre noi dovremmo farne di più per riuscire a far diventare lo spazio un qualcosa di cui si parla anche come fosse sport, dico esagerando, proprio come provocazione. E per questo sforzo culturale credo che non vada dimenticato l’investimento in iniziative come gli Space Camp, luoghi che convivono con il sistema educativo per permettere ai ragazzi di trascorrere una settimana come se fossero in un centro di addestramento per lo spazio. I film dedicati allo spazio, e penso ai teatri Aimax, di cui esistono già installazioni dovunque in Europa, tranne che in Italia; penso al – e qui parlo e promuovo due iniziative che sono mie – al Congresso degli astronauti e cosmonauti di tutto il pianeta, l’Association Espace Explorers – che si terrà in ottobre dell’anno prossimo in Italia, dal 21 al 29 ottobre, a Genova, Milano e Roma – e al concorso d’arte che il Comune di Genova, l’assessore alla cultura del Comune di Genova, ha lanciato in associazione con questo evento, perché la sua osservazione – la esterno al mondo, al mondo dello spazio – mi sembra interessante, perché non esiste una, come dire, un’ispirazione artistica suggerita dallo spazio. Mentre perfino il treno, all’inizio del secolo scorso, ha ispirato opere d’arte, lo spazio ha ispirato soprattutto dei film, dei bellissimi film che hanno per così dire invaso tutto il campo della cultura spaziale esterna. C’è bisogno forse di fare appello anche a delle dimensioni culturali inabituali, che certamente saranno più sensibili all’uomo nello spazio che al satellite nello spazio. Infine, giusto per fare una battuta al mio amico moderatore, sono diventato anche giornalista. Così cerco di scrivere anch’io e di fare la mia parte. Grazie.
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