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LA STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE ISS
Paolo Nespoli - Astronauta, European Space Agency
Avevo preparato questa presentazione che forse è una presentazione un pochettino didattica che serve tanto per far vedere un attimino il tipo di attività che si fa nello spazio. Quindi andrò abbastanza veloce perché qui parliamo a tutti degli esperti, quindi non c’è bisogno di fare queste cose. Forse l’immagine che potete vedere ci servono un pochettino per focalizzarci e per ritornare, tirarci fuori un attimo da discussioni politiche, di management, strategiche, di budget, di calendario, di queste cose qua e ritornare un pochettino a fare un passo indietro e a trovare questo aspetto di sogno che si ha nell’andare nello spazio. Parlerò del perché andiamo nello spazio e che cosa facciamo, un pochettino dello Shuttle e infine della futura Stazione Spaziale Internazionale. Abbiamo parlato fino adesso di satelliti, di telecomunicazioni, ma c’è anche quest’aspetto, cioè delle persone che vanno nello spazio e che lavorano nello spazio. Forse siamo addirittura la concorrenza dei satelliti e dei robot. Ma, insomma, andiamo nello spazio perché solo lì troviamo delle condizioni ambientali che ci permettono di fare delle cose che non possiamo fare sulla Terra. Questo lo dico sempre, perché tutti pensano, non noi ma il pubblico in generale, pensano che ci siano queste stanze dove si possa andare, schiacciare l’interruttore e si è in assenza di peso e si fanno queste cose un po’ così strane. Questo naturalmente noi sappiamo che non è vero, non esiste, ed è per questo che andiamo nello spazio. Non possiamo, non potremmo altrimenti fare queste cose. Il tipo di attività e i settori in cui lavoriamo sono generalmente cinque: scienza della vita, scienza dei materiali, osservazione del cielo, osservazione della Terra e ricerca tecnologica. Velocemente.
Scienza della vita. Si va, nello spazio succedono queste cose strane, quando si ha un’assenza di peso, i liquidi non sono più attratti dalla gravità quindi si muovono verso l’alto, si ha questa esuberanza di liquidi che vengono espulsi, nei primi giorni di volo le ossa si demineralizzano un pochettino, si va in osteoporosi, come succede alle donne di una certa età di solito, e via. Insomma, si fanno tutte queste ricerche. Questo è John Glen che è andato nello spazio a 77 anni, qualche anno fa. Gli hanno fatto tutta una serie di esami per paragonarli a quelli che erano stati fatti trent’anni fa, quando è andato la prima volta nello spazio. Scienza dei materiali. Questa assenza di gravità ci da la possibilità di vedere questi fenomeni che sulla Terra vengono distorti dalla gravità. Questa è una fotografia fatto sullo Shuttle per far crescere dei cristalli che, naturalmente, crescono molto più grossi e perfetti, diciamo. Osservazione dello spazio. Dall’orbita si può guardare verso il cielo, non c’è più l’atmosfera che ci da fastidio. Queste sono delle foto che ho rubato al telescopio spaziale Hubble, non si possono fare queste foto dalla Shuttle, però insomma ci danno l’idea di cosa c’è nello spazio. Queste sono galassie, in ogni galassia ci sono milioni di stelle, ogni stella potrebbe avere migliaia di pianeti. Insomma, quanti pianeti ci sono nello spazio, quanti possono essere i pianeti che possono essere simili alla Terra. Mi chiedono sempre degli extraterrestri ed io dico: mah, noi non li abbiamo visti però può darsi che ci siano perché con tutte queste cose che si sono nello spazio pensare di essere soli forse è un pochettino esagerato. Da sopra, dalla stazione, si può guardare in giù. Si possono vedere delle cose che normalmente non si vedono. Per esempio, questa è una fotografia fatta dalla Mir di un eclissi, fotografia fatta un paio d’anni fa; e questo è un uragano. Insomma, si possono studiare tutti questi fenomeni. E, l’ultima cosa, si può fare ricerca tecnologica perché andare nello spazio, sappiamo tutti, costa tantissimo; ci sono problemi di peso, di volume, di resistenza, di materiali, eccetera eccetera. Si studiano tutte queste cose e si trovano delle soluzioni che poi vengono normalmente utilizzate a terra. In questo momento andiamo nello spazio utilizzando la navetta spaziale Shuttle che ci da la possibilità, normalmente, di restare in orbita per un periodo massimo di 15 giorni perché la navetta spaziale Shuttle è limitata innanzitutto dalle dimensioni, dimensioni abbastanza ridotte. Di solito la cabina di pilotaggio – la parte vivibile è solo questa parte qua davanti – la cabina di pilotaggio è più o meno grande così e sotto c’è un altro ponte, un pochettino più grande, ma non tanto più grande, e in questi spazi ci devono lavorare sette persone. E’ un problema di dimensioni: non si possono portare tanti esperimenti, tanto è vero che quando si devono fare degli esperimenti un po’ più complessi si portano a bordo dei laboratori. Però chiaramente, portando questo tipo di laboratori poi non si può portare più niente nella stiva dello Shuttle perché vi è una questione di peso, di centro di centro di gravità, eccetera. Quindi ci sono dei problemi fisici di spazio. L’altro problema è che la potenza, cioè l’energia, che viene utilizzata nello Shuttle viene fornita utilizzando delle celle, quelle che gli americani chiamano le fuel cell: cioè, si prende idrogeno e ossigeno, si combinano e questa reazione produce acqua che serve per essere utilizzata e allo stesso tempo si brucia energia elettrica. Questa naturalmente è una delle cose più limitative perché si può portare solo una certa quantità do ossigeno a bordo: una volta che è finito l’ossigeno bisogna ritornare a terra. Ed ecco qui dove si ritorna dopo questi famosi 15 giorni. Se vogliamo fare quel tipo di attività che abbiamo detto prima e stare nello spazio, e farlo efficacemente, effettivamente, occorre restare nello spazio per periodi più lunghi. Ed ecco che è stata creata la Stazione Spaziale Internazionale, che è un laboratorio scientifico, che gira alla Terra ad un’altezza di circa 400 chilometri – velocità orbitale 28.000 chilometri all’ora, periodo orbitale un’ora e mezza (siamo a bassa orbita terrestre, quindi, non c’è bisogno di andare a 36.000 chilometri d’altezza; anzi, più si sta bassi più è facile raggiungere la stazione) – e, a differenza dello Shuttle, ha un volume interno rilevante. Il volume interno ha le stesse dimensioni di due Jumbo jet, circa. Quindi, con questo laboratorio spaziale che resta in orbita permanentemente e nel quale si possono fare una serie di esperimenti, si lavora: è previsto che ci siano a bordo sette astronauti. Questa cosa naturalmente adesso è in discussione per via di tutti i vari problemi di costi, eccetera eccetera; ma è previsto che vi saranno, una volta completata la costruzione, nella stazione vi saranno sette astronauti e che lavoreranno continuamente. Dal 2005 in poi, per 10-15 anni, questo laboratorio sarà a disposizione degli scienziati mondiali per poter fare tutti questi esperimenti. I partner della stazione spaziale sono gli Stati Uniti, la Russia, l’Europa (ovvero l’Agenzia Spaziale Europea, e l’Italia fra queste nazioni), il Giappone e il Canada. E’ un progetto internazionale molto grosso, molto difficile. I pezzi vengono costruiti un po’ in tutto il mondo. Abbiamo sentito che l’Italia, tra l’altro, costruisce buona parte di tutti questi volumi abitati, che dovranno essere portati a bordo o in orbita ognuno da una missione dello Shuttle. Ci vorranno qualcosa come 40 missioni o 44 missioni per portare tutti questi pezzi in orbita. Non è una cosa semplice. Naturalmente metà della stazione è russa, metà è americana; ci sono i contributi internazionali, questo è il modulo dell’ESA e questo è il modulo del Giappone, il braccio canadese e via di questo passo. Il concetto di funzionamento della stazione è un concetto semplice: è stato costruito questo laboratorio modulare all’interno del quale tutti i moduli, i moduli della parte occidentale (quindi il modulo americano, europeo e giapponese) hanno degli attacchi standard nel quale è possibile inserire quelli che si chiamano rack, che sono questi armadi, esperimenti, che vengono configurati a terra a seconda delle esigenze dello sperimentatore. L’ESA sta costruendo questi moduli e l’industria italiana, anche l’ALENIA e le altre industrie, stanno costruendo questi moduli. Vengono portati in orbita dallo Shuttle utilizzando questo MPLM, questo multypropulsor logistic modul, dell’ASI, e una volta che lo Shuttle arriva a bordo, si aggancia all’MPLM e alla stazione, l’astronauta va all’interno, sposta questi armadi, li aggancia e li accende e restano in funzione per qualche mese o tanto quanto necessario per la riuscita dell’esperimento e dopo di che vengono riportati a terra un’altra volta. Quindi si vede un pochettino come la stazione sia altamente riconfigurabile. E questo, più o meno, è tutto. Cioè, questo è tanto per fare una carrellata velocissima su quello che è la stazione e di cosa andiamo a fare nello spazio. C’è un breve video-clip, della durata di un minuto circa, che è un po’ una sintesi. E’ stato fatto dall’equipaggio della missione che ha portato il modulo Unity, il primo nello spazio, ci fa vedere un po’ queste attività e che cosa si può fare. Lo vediamo così, velocemente, perché è carino, diciamo. Va bene. Questo è così il gran finale, in un certo senso, ma insomma apre un pochettino il punto…
Io ho parlato di cose pratiche, diciamo. Ora c’è un po’ l’aspetto invece un pochettino più sostanzioso.
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